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Angelo Bardini

Fotografo il jazz, quasi solo il jazz (per ora). Fotografo il jazz perché dopo aver fotografato il jazz, il tempo per la fotografia è praticamente finito. Stop.  Fotografo il jazz perché racconto (soprattutto ma non solo) la storia del Piacenza jazz club (anche se poi visto che spesso una cosa tira l’altra fotografo anche il jazz in altri posti), perché con quelli che suonano il jazz ci viaggio in auto, ci vado a cena, cerco di farli stare bene, di farli arrivare sul palco rilassati, li piglio in hotel e ce li riporto, gli trovo quella cosa che hanno dimenticato e pure quella che non avevano pensato che servisse, gli dico cosa sono gli anolini e la picùla ad caval (e anche il gutturnio), gli mando le foto se me le cercano e a volte me le chiedono e io mi dimentico e magari loro pensano che me la tiro (e perdo quasi sempre l’occasione di finire su una copertina di un cd), ci vado a bere la birra e ascolto i progetti che hanno e le storie che hanno voglia di raccontare. E allora un giorno ho pensato che era abbastanza logico che io fotografassi il jazz, visto che potevo fotografare i camerini e il jazz nei camerini, l’attesa prima del jazz, e il jazz dalla prima fila, e anche da dietro il palco e poi anche dopo che il jazz era finito ed era rimasto nell’aria. Insomma tutte quelle cose che capitano nel concerto e attorno. Poi un giorno può anche capitare che alle foto del jazz ci metto delle parole e che quella roba diventa un libro. Non è detto, ma può succedere. Cose così. 

Abbastanza fuori tempo

 

“Scrivere di musica è come ballare di architettura” così pare abbia detto Frank Zappa, ma pare pure di no, perché potrebbe essere dell’attore Martin Mull, ma poi chissà, forse così com’è non è di nessuno e di tanti. Modifiche e aggiunte e modifiche, fino ad arrivare qui. In pratica a un non senso. Fotografare la musica è più o meno la stessa cosa, poco meno di un non senso, perché non è che in una foto ci senti le note che stanno suonando o il silenzio tra una nota e l’altra o le dita che scivolano sulle corde, puoi solo catturare il gesto, un movimento, uno sguardo, un occhio che cerca l’altro o gli altri, un gesto d’intesa, ma niente note. Ma la musica non è immobile. Mai. Così puoi fare due cose: o congeli o sciogli. Da qui, dallo sciogliere e dall’andare fuori tempo, nascono migliaia, tante migliaia di foto, a infiniti musicisti, da qui la proposta di queste foto scattate a Gianluca Petrella in tanti anni e tanti concerti, dal 2008 al 2021, in teatri e club e piazze.  Fotografare Gianluca è il più delle volte “tempi lunghi”, tempi necessari per catturare il movimento ma anche tempi lunghi per addensare o dilatare il colore, esattamente come la sua musica. Dopo tanti anni so che ad un certo punto farà quel gesto, si chiuderà sul suo trombone o lo sparerà per aria occupando tutto il fotogramma. E così nascono i “tempi lunghi” nella pura illusione che si possa “catturare” la pulizia, la compattezza, la limpidezza, il volume del suono, che un attimo di musica si possa sentire. Un non senso, appunto. Ma musica divina sempre.